Fenomenologia di The Walking Dead

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Non sono mai stato un grande consumatore di serie televisive. Le mie conoscenze in materia si risolvevano a vecchi episodi di “X-Files” o di “Twin Peaks”, di cui ricordo distrattamente il finale perché mi capitò di vederlo disteso agonizzante su un divano patavino gonfio di miele e aspirine. Ho sempre guardato con diffidenza, quindi, al fenomeno dei divoratori di serie televisive americane. Quelli che ogni mese uscivano fuori con nuovi serial da propormi, millantando la bellezza della fotografia della serie X, la perfezione dei ritratti psicologici della serie Y, l’accuratezza delle ricostruzioni storiche della serie Z. Non che fosse snobismo, intendiamoci, però finivo con il reagire come reagisco di solito quando amici troppo pressanti incensano il dato scrittore o il dato gruppo musicale del momento. Ovvero procrastinandone la conoscenza a data da destinarsi. Data che, come l’Apocalisse, non arrivava mai. E che non è tuttora arrivata.

Di una cosa, però, sono sempre stato un grande appassionato, cioè di zombie (utilizzo il vocabolo inglesizzato, sperando di non fare torto al maestro Lucio Fulci). In realtà non sono mai stato un fanatico di film horror, anzi. Da piccolo scappavo dal salotto quando alla tv appariva la pubblicità dell’ennesimo episodio di “Nightmare”, con il vecchio Freddy Krueger-Robert Englund a tormentare i sogni di qualche malcapitato. Tuttavia l’epopea dei morti viventi mi ha sempre incuriosito. Credo sia perché vi ho sempre cercato una chiave di lettura sociale e antropologica. Una specie di interpretazione fenomenologica degli zombie capace di farmi comprendere al meglio la deriva di una società che (metaforicamente) ci vede come mostri acefali intenti a cannibalizzarci tra di noi. Che cose noiose! direte voi. Già, in effetti lo sono. E, nel rapportarmi a questa visione delle cose, mi sento un po’ come alcuni vecchi colleghi di università (ingegneri, ovviamente) che si alzavano di notte per vedere le regate dell’America’s Cup, così da studiare attentamente i percorsi delle barche, le traiettorie, i nodi e via discorrendo. Con la non trascurabile differenza che le regate sono e restano noiose, mentre gli sbudellamenti zombi hanno un che di adrenalinico.

Così, quando seppi che vi era una serie televisiva basata proprio sui morti viventi, provai un’iniziale diffidenza. Diffidenza proporzionale alla tanto decantatami bellezza e verosimiglianza della serie. Insomma, me ne stetti alla larga per alcuni mesi, preferendo ricercare su siti più o meno attendibili le effettive possibilità del verificarsi o meno di un’apocalisse zombie. Evento che, per burla o meno, era stato considerato anche dal Pentagono. Il quale ha diffuso “ufficialmente” una guida per sopravvivere in caso di assedio da parte dei non-morti. Perché sì, perché va detto che (reale o meno) la minaccia di un’apocalisse zombie porta con sé un ginepraio di diverse soluzioni in merito alla possibile sopravvivenza dalla stessa. Soluzioni che, come per le regate dell’America’s Cup, sono diverse a seconda della mentalità/curiosità con cui vi ci si approccia. O con lo spirito di condivisione/esclusione con cui si deciderà di affrontare l’orda dei mangia-budella.

Spinto, quindi, dal cercare di capire di più in merito iniziai a vedere suddetta serie, ovvero “The Walking Dead” (TWD). Nerd-alert: la serie si basa sull’omonimo fumetto di Robert Kirkman, fumetto che non ho ancora letto e che, vedasi sopra, non credo leggerò a breve. In ogni caso la serie ha una sua autonomia dal fumetto, sviluppando anche personaggi autonomi e vicende indipendenti da quelle narrate nel medesimo. Puntata dopo puntata, stagione dopo stagione (siamo attualmente alla quarta, con la quinta in “rampa di lancio” a ottobre) sono finito con l’appassionarmi alle vicende dello sceriffo Rick Grimes (il protagonista della serie) e del suo gruppo di “sopravvissuti”. Vedendo e rivedendo le puntate, però, ho iniziato a distogliere l’attenzione dalle pure vicende narrative della serie, decontestualizzando gli avvenimenti da un mondo ipotetico in cui gli zombie dominano il pianeta in cerca di carne fresca, e proiettandoli nella vita di tutti i giorni. Con somma curiosità mi sono così trovato a registrare numerose verosimiglianze e (inaspettati) insegnamenti che vorrei, ora, condividere con voi. Perché se le probabilità che il vostro compagno/a di appartamento diventi fisicamente uno zombie azzannatore sono minime, vi sono pur sempre centinaia di diramazioni cannibaliche dell’essere umano.

Quindi, se non volete ritrovarvi metaforicamente mangiucchiati da quello che una volta era il vostro migliore amico/a o fidanzato/a le seguenti considerazioni potrebbero esservi decisamente utili.

– Il coma sentimentale (ovvero del perché è sconsigliabile lasciare la propria compagna sola troppo a lungo): TWD si apre con una sparatoria in seguito alla quale lo sceriffo Rick Grimes entra in coma. Al suo risveglio troverà l’ospedale invaso da zombie, dalle cui grinfie faticherà non poco a fuggire. La prima domanda che Rick si pone, una volta presa coscienza dell’apocalisse zombie, è che fine abbiano fatto la moglie Lori e il figlio Carl. La risposta è pressoché scontata: stanno entrambi bene, pure troppo. La moglie, infatti, se la sta “spassando” con l’iper-steroideo Shane (collega e migliore amico di Rick). Il quale, una volta salvata la moglie dell’amico e ipotizzata la misera fine dello stesso, capisce bene di avere la strada spianata per conquistare le grazie (e non solo) di Lori. Certo, il buon Rick se ne stava in coma in un ospedale assediato da morti viventi, e quindi le sue possibilità di essere più presente nella vita di coppia erano decisamente minime, tuttavia pensiamo a tutte le volte in cui le nostre relazioni affrontano una sorta di “coma” sentimentale. Atteggiamento che ci porta a isolarci dal nostro partner, mettendo in secondo piano l’ascolto: aspetto fondamentale per qualsiasi relazione. Ecco, nel caso ciò accada la cosa migliore è non lasciare la propria compagna in balia di qualche bellimbusto palestrato avvolto da manie di protagonismo. Il mondo è pieno di “Shane”, le vostre compagne lo sanno benissimo. E, con ogni probabilità, vi ritrovereste a essere il Rick Grimes della situazione.

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– Il ritorno all’ovile non è mai la scelta migliore (ovvero del perché con Shane si tromba ma con Rick si convive): pensare di passare una vita con a fianco un iper-steroideo in crisi d’astinenza da anabolizzanti e ormone GH non deve certo essere il massimo. Ecco perché, una volta ricongiuntasi con Rick, Lori decide di piantare il buon Shane per tornare con il marito. Anche in caso di apocalisse zombie la sicurezza del desco familiare può molte cose. E Lori, da brava casalinga disperata, dopo essersi tolta gli sfizi assieme a Shane decide che sarebbe ritornata a essere la brava mogliettina di sempre. Inutile dire che Rick non è propriamente entusiasta di riprendersi una moglie con diversi chilometri di pene in più sul groppone, nonché con un figlio in arrivo la cui paternità è più dibattuta di quella di Jon Snow ne “Il trono di spade”. Allo stesso tempo, Shane è sconvolto dalla roid-rage e dalla fine delle peripezie sessuali con Lori. Le cose non possono certo funzionare. Due cani che si contendono lo stesso osso nel medesimo cortile non si accorderanno mai su come spartirlo, ecco quindi che Rick è costretto a uccidere il suo migliore amico (?) e a riprendere con sé Lori, sviluppando però una sorta di repulsione endemica verso la stessa. Il rapporto tra i due coniugi non sarà mai più lo stesso: la legge della minestra riscaldata non perdona. E, soprattutto, friendzonare qualcuno nel corso di un’apocalisse zombie non è mai una buona idea…

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 – La sindrome di Columbine (ovvero del perché, in America, è più facile trovare un fucile che una carota): TWD si svolge negli Stati Uniti d’America, segnatamente ad Atlanta, in Georgia. A causa di una non meglio precisata malattia, il pianeta si ritrova infestato da zombie, il cui unico intento è quello di cibarsi di carne fresca. Possibilmente umana. Se la minaccia zombie è chiaramente la causa di morte più probabile nel mondo di TWD, ciò non toglie che ve ne siano altre. Le più pressanti sono, chiaramente, la mancanza di acqua o cibo. Bene, in TWD tutti i protagonisti sparano sostanzialmente a getto continuo, non incorrendo mai in penuria di proiettili, armamenti, sciabole, machete e molti altri ritrovati della tecnologia bellica di cui l’America sembra essere piena. Peccato che, di contro, i protagonisti siano spesso a caccia di cibo e altri prodotti per sostentarsi. Prodotti che trovano con difficoltà e dopo numerose peripezie. In sostanza, se vi capita di “rastrellare” una casa americana, è più probabile che vi troviate dentro una Colt o un M16 piuttosto che delle scatolette di tonno o di conserva. È l’America, bellezza: un grande paese basato sul diritto di sforacchiare il tuo vicino di casa se quest’ultimo ti dà noia. Esportare democrazia non è mai stato così semplice!

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– Le munizioni infinite (ovvero del perché è più semplice ricaricare una balestra che uno smartphone): detto che nel mondo di TWD le armi e le munizioni si trovano a ogni angolo, curioso è anche il fatto che molte delle armi dei protagonisti abbiano la modalità “ricarica infinita”. Ovvero che possano sparare a raffica senza bisogno di essere ricaricate in continuazione. Lo so, è un’osservazione un po’ da nerd, e non trovo interessante sottolineare come i fucili sparino a getto continuo (salvo in un solo caso, quando il buon Shane ammazza un malcapitato Otis per darlo in pasto agli zombie che lo stavano inseguendo), piuttosto come le frecce della balestra di Daryl Dixon (di cui parleremo in seguito) non si estinguano mai, né vadano mai perse (sai che rotta conficcare una freccia in testa a uno zombie e poi correre continuamente a riprenderla? Per quanto sia un’arma “affascinante”, la balestra non è certamente pratica per eliminare degli zombie), oppure di come la katana di Michonne, dopo aver affettato centinaia di azzannatori, non abbia mai bisogno di un passaggio dall’arrotino. Manco si trattasse della spada di Hattori Hanzō. Provate voi a recidere di netto decine e decine di ossa umane e ditemi se, dopo tale carneficina, non paghereste oro per avere a portata di mano una bella smerigliatrice. Ecco, forse la smerigliatrice è l’arma definitiva in caso di apocalisse zombie. Ma questo non lo dice nessuno. Niente M16: smerigliatrici, smerigliatrici ovunque.

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– Educazione Americana (ovvero del perché, per diventare delle brave persone, è necessario crescere con un fratello alcolista e tossico): con l’uscita di scena di Shane (perdonate l’assonanza) è il “balestrato” Daryl a prendere le veci di braccio destro di Rick. La storia umana di Daryl è più strappalacrime dell’Oliver Twist di Dickens. Padre manesco, alcolizzato e puttaniere. Fratello (di nome Merle) tossico, alcolizzato e puttaniere. Madre non pervenuta. Adolescenza impossibile. Vita di merda. Daryl fino all’avvento dell’apocalisse zombie era un paria con nessuna prospettiva e troppe cinghiate sulla schiena. Poi, come nel migliore dei mondi possibili, la conoscenza dell’importanza del gruppo, il contatto con figure paterne (Hershel il fattore) mai avute. Quello con figure fraterne (Rick) avute sì, ma caratterizzate da influenze palesemente negative. Insomma, una crescita umana e caratteriale capace di trasformare Daryl da teppista a uomo fatto e finito. Come nel più americano dei sogni americani, Daryl è il ragazzo che ce l’ha fatta con l’aiuto di figure positive al suo fianco. Tuttavia Daryl non ce l’avrebbe mai fatta se, prima di questo idillio zuccheroso (vissuto in contemporanea con gli sbudellamenti zombie), non avesse avuto a suo fianco un fratello come Merle: razzista, sbruffone, picchiatore di donne e tante altre amenità. Amenità a contatto delle quali Daryl ha capito chi non avrebbe mai voluto essere. Perché se incensare l’influsso positivo dei “buoni” è facile, la realtà è che sono i tipacci alla Merle le vere Marie Montessori degli anni zero. Se vuoi che tuo fratello minore diventi un killer di zombie professionista, non educarlo con coccole e zuccherini: menalo di brutto!

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– La “maledizione del rasoio” (ovvero del perché gli hipster dominerebbero in un mondo zombizzato): studi statistici svolti su TWD dimostrano come la barba (e, più in generale, la peluria lasciata allo stato brado) aumenti in modo esponenziale la possibilità di non venire azzannati dagli zombie. Non saprei dare a ciò una motivazione scientifica, in ogni caso tutti i protagonisti che, per moda o assenza di rasoi, hanno deciso di lasciarsi crescere barba e capelli sono sopravvissuti molto più a lungo. Rick inizia TWD con un volto perfettamente rasato, mentre alla quarta stagione ha una barbetta incolta e degli occhi da indemoniato. Carl all’inizio sembrava la copia del bambino de “Il sesto senso”, nelle ultime puntate è più simile alla bambina di “The ring”. Lo stesso dicasi per Daryl, mentre Hershel dalla terza stagione in poi iniziò il suo percorso per diventare Babbo Natale. Anche il Governatore, uno dei villain della serie, nel corso del suo “esilio” si fece crescere una folta barba alla “Cast Away”. Barba che (assieme alla testa di Hershel) tagliò prontamente, incombendo così nella “maledizione del rasoio”. Pochi giorni dopo la rasatura, infatti, il Governatore venne ucciso; medesima fine accorsa a Shane che, dopo essersi rapato a zero nella seconda stagione, venne freddato da Rick per quella vecchia storia di corna e cavalcate con la moglie. L’argomento definitivo sulla maledizione del rasoio è poi quello del confronto T-Dog/Tyreese, due dei personaggi afroamericani più importanti della serie. Se il secondo, con la sua barba da boscaiolo carnico, sembra essere pressoché immortale, il primo, con il suo pizzetto anni ’90, muore tra atroci sofferenze dopo tre stagioni (nel corso delle quali non deve aver detto più di una ventina di battute). Quest’ultima osservazione ci aprirà le porte alla prossima considerazione, cioè il coefficiente di integrazione di TWD.

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– Il coefficiente di integrazione (ovvero del perché i personaggi di colore sono sempre i primi a morire): una legge empirica dei film horror e di molte serie televisive vuole che i personaggi di colore siano sempre i primi a morire. In TWD, invece, tale legge viene abbondantemente sovvertita. Finiti da due decenni i tempi delle serie “esclusive” (nel senso di esclusione: bianchi da una parte, neri dall’altra; penso, ad esempio, a “Happy Days” o a “I Robinson”), la modernità televisiva ha voluto che, così come nella vita reale, il multiculturalismo fosse la regola e non più l’eccezione. Scelta logica, ovviamente, se non fosse che rimaneva quel vecchio retaggio secondo cui il primo personaggio a salutare il mondo dei vivi finisse quasi sempre per essere il personaggio di colore. In TWD un personaggio, seppur minore, come T-Dog (l’unico rapper non palestrato della Georgia) riesce a resistere per ben tre stagioni, fregiandosi di una morte eroica e di una scena iniziale in cui ottiene “giustizia” in seguito agli insulti razziali di Merle. Ennesimo segnale di come la produzione di TWD ci tenga molto al multiculturalismo della serie. Non a caso, alla morte di T-Dog, subentrano altri personaggi di colore (Michonne, Tyreese e la sorella Sasha) i quali avranno un’importanza sempre crescente. E un numero di battute nemmeno paragonabile a quelle pronunciate dal buon T-Dog nel corso di tre stagioni. Riposa in pace vecchio T-Dog, bandiera dell’integrazione dei personaggi di colore nelle serie televisive.

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– Il sesso sicuro (ovvero del come sia sempre meglio avere dei profilattici con sé): avendo iniziato queste considerazioni su TWD con il vecchio Shane che si pompava la moglie dell’amico mentre quest’ultimo era in coma, non potevo che concluderle con un altro aspetto inerente la sfera sessuale: l’importanza del profilattico. Shane, pace alla sua anima gonfia di steroidi, non si curava molto di proteggersi nelle sue acrobazie erotiche con Lori (d’altronde, essendo collega e migliore amico di Rick, era probabile che la sapesse lunga sullo stato di salute dei coniugi Grimes) infatti, oltre a qualche noiosa candidosi (vi voglio ben vedere andare in cerca di un tubetto di Gyno-canesten nel bel mezzo di un’apocalisse zombie…), c’è scappata fuori anche una gravidanza non desiderata (quanto meno per Rick), che ha portato indirettamente alla morte di Shane e a quella di Lori. Se Shane fosse stato più furbo e avesse praticato sesso sicuro, con ogni probabilità ciò non sarebbe successo. La conferma di questa teoria è data dalla relazione tra Glenn e Maggie, la bella figlia di Hershel. Nel corso di un’uscita alla ricerca di cibo e medicine, Glenn prende inavvertitamente in mano una confezione di preservativi. Ovviamente non fa nemmeno in tempo ad accorgersi che quella che ha in mano non è una scatola di aspirine che Maggie lo squadra e, lieta di aver trovato un partner così attento, si propone di testarli assieme immediatamente. Il buon Glenn non crede ai suoi occhi e, sconvolto da un tale colpo di fortuna, dà un colpetto anche a Maggie. La quale, a una sua successiva proposta di ripetere l’esperienza, gli farà notare che là dove lui vede 11 preservativi rimasti (era una confezione da 12), lei vede 11 minuti buttati: il buon vecchio Glenn Sparalesto! In ogni caso la loro relazione continuerà, sintomo che un partner sicuro, attento e coscienzioso e quanto di meglio cerchi ogni ragazza. Ammesso che Shane non sia in giro…

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E con questo invito al sesso sicuro nel corso di un’apocalisse zombie si concludono le considerazione basilari in merito a TWD. Vi sarebbero molte altre tematiche da approfondire, comportamenti da analizzare, personaggi delle cui gesta parlare e trarre insegnamento (positivo o negativo). Non escludo di poter tornare sull’argomento, magari nel corso della quinta stagione che, come le precedenti, guarderò differita di almeno un paio di mesi. Nel frattempo continuerò a osservare il fenomeno zombie da lontano, leggendoci dentro la rappresentazione, folle e grottesca allo stesso tempo, di una società allo sbando tanto nelle sue componenti quanto nei suoi oppositori. Una società affamata che avanza barcollando, interessata a protrarre uno stato di morte appalesatosi già da troppo tempo. Decisa a cannibalizzare la sua parte migliore: la parte fresca e viva e pura e cazzutissimamente armata fino ai denti. Dopotutto, ogni fenomeno (fosse anche un fenomeno di fantasia; orrorifica, ma pur sempre fantasia) ha nel suo manifestarsi un certo interesse e una sua dose di interpretazioni che ci permettono di capire (o approcciarci a) fenomeni completamente diversi. In fondo, l’umanità asserragliata in un centro commerciale attaccato dagli zombie nei film di Romero non è troppo diversa da certe immagini dei romanzi distopici di J.G. Ballard. Romanzi che, a loro volta, sono lo spaccato “irrealistico” di una società sempre più incapace di comprendere se stessa.

In uno dei suoi ultimi romanzi, “La scimmia e l’essenza”, Aldous Huxley (non eccessivamente strafatto di LSD) scriveva: «Tanto più ignaro quanto più è sicuro di sapere…ed è superfluo aggiungere come ciò che definiamo Sapere altro non sia che un’altra forma di Ignoranza: altamente organizzata, è naturale, ed eminentemente scientifica, ma appunto per questo tanto più completa e tanto miglior produttrice di scimmie inferocite».

Che siano scimmie inferocite, morti viventi o zombie sbudellanti cambia poco.

L’importante è essere pronti e attenti.

E scegliersi la parte dietro l’ennesima Linea Gotica.

Azzannati o Azzannatori. Distinguerli sarà sempre più difficile.

Buona apocalisse zombie.

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